30 marzo 2026
Il convegno ha aperto un confronto di alto livello sul ruolo del lavoro come leva strategica di integrazione sociale, sviluppo sostenibile e dignità personale, con particolare attenzione al contesto metropolitano milanese.
Un'occasione per condividere visioni, modelli e responsabilità, valorizzando il lavoro come leva di sviluppo sociale ed economico.

L'evento ha pienamente raggiunto gli obiettivi prefissati, offrendo un momento concreto e molto stimolante di dialogo e condivisione.
Con la partecipazione di oltre 100 persone e più di 50 aziende, insieme a istituzioni, professionisti, associazioni e centri di ascolto del territorio, l’evento ha rappresentato un momento di grande valore per GMaC, portando la sua missione e visione all’interno di un tavolo di lavoro di significativa rilevanza.
Di cosa abbiamo parlato?
Inclusione e competitività non sono e non devono essere in conflitto ma bensì complementari. Un’organizzazione forte è anche un’organizzazione capace di riconoscere le fragilità, di gestirle e di trasformarle in percorsi concreti di partecipazione.
Relazione, accompagnamento, formazione, comunità, responsabilità condivisa e rete di aiuti sono stati i concetti chiave che hanno accompagnato tutto il convegno in un fil rouge condiviso da tutti i relatori.
Ruolo di GMaC nel contesto sociale.
GMAC si è prefissata un obiettivo ambizioso ma di forte valore sociale: unire terzo settore, imprese e istituzioni per dare una risposta concreta alle persone in difficoltà. La fragilità non è letta come un’etichetta definitiva, ma come una condizione che può essere affrontata con strumenti realistici: ascolto, tutoring, preparazione ai colloqui, valorizzazione delle soft e hard skills, costruzione di contatti con le aziende e monitoraggio dei risultati.
Entriamo nel vivo degli interventi - Punti salienti
Guido Borsani - Fondazione Deloitte
L’inclusione lavorativa non può restare una dichiarazione di principio o un tema trattato soltanto in chiave reputazionale. E' necessario costruire connessioni reali tra competenze diverse, tra pubblico e privato, tra impresa e terzo settore. La conoscenza sul tema esiste già, ma spesso è frammentata; per questo parla del bisogno di “ricucire”, cioè di mettere insieme esperienze, linguaggi e strumenti che oggi risultano dispersi. La sua cornice è molto concreta: il valore di iniziative come questa sta proprio nella capacità di trasformare il confronto in un passo operativo verso relazioni più stabili.
Alvise Biffi - Assolombarda
Le imprese non devono scegliere tra performance economica e attenzione alle persone, ma devono imparare a farle crescere insieme. Il nodo centrale sono le competenze il reskilling e la formazione continua.
Oggi diventa sempre più importante creare "Buon Lavoro" e ambienti inclusivi e stimolanti anche sfruttando al massimo le leve già disponibili nelle organizzazioni e puntando sul welfare aziendale, il wellbeing, work life balance e la contrattazione di secondo livello.
Milano viene vista come un possibile laboratorio di un nuovo modello organizzativo, capace di tenere insieme innovazione, manifattura avanzata, università, imprese e attenzione sociale.
Maurizio Lupi - Fondazione Costruiamo il Futuro
Attraverso la metafora della costruzione della cattedrale, Lupi affronta il tema del lavoro non soltanto come strumento di sussistenza, ma anche come veicolo per inserisce ogni persona dentro un’opera più grande, nella quale ciascuno contribuisce con il proprio pezzo le proprie competenze e con le proprie unicità dando coscienza del proprio ruolo nella comunità.
Il futuro del nostro Paese dipende dalla centralità della persona, dal senso condiviso e dalla capacità di integrare e dare valore a tutti.
Cinzia Donalisio - Presidente GMaC
2000 persone in disagio estremo nel nostro territorio sono gli ultimi dati noti.
Mancano opportunità e aziende che credano in loro e che abbiano le capacità di rendere concreta la parola inclusione.
L’esperienza concreta di GMaC evidenzia la diversità sostanziale delle persone che incontra - giovani in cerca di primo inserimento, adulti che hanno perso il lavoro, persone con fragilità economiche, familiari o sociali - ma che hanno in comune una richiesta precisa: sono tutte persone che non chiedono assistenza, ma chiedono un’opportunità.
Il lavoro, da solo, non basta a includere.
Serve qualcuno che aiuti la persona a rileggere le proprie competenze, a non scoraggiarsi, a rimettersi in moto e a fare da ponte con le imprese. In questo senso GMAC si definisce come una realtà di tutoring e responsabilità condivisa, che punta a creare relazioni prima ancora che a moltiplicare slogan.
Don Nazario Costante - Diocesi di Milano, Pastorale Sociale e del Lavoro
Riprendendo le parole del Papa il lavoro viene definito come “unzione di dignità” dove il lavoro deve essere una forma concreta di appartenenza alla comunità in una relazione fortemente bidirezionale.
Il lavoro genera comunità, mette le persone in relazione, crea cooperazione, produce fiducia e rende possibile una convivenza più giusta, ma anche la comunità genera lavoro, perché solo un tessuto sociale vivo, educativo e responsabile offre alle persone gli strumenti per entrare davvero nella vita in modo attivo.
Gli ultimi, le persone più fragili non sono un problema marginale, ma la cartina tornasole per misurare la verità del sistema e la qualità della società in cui viviamo.
Oggi la povertà è una realtà sempre più trasversale (solo nel 2024 19.000 persone si sono rivolte alla Caritas a Milano) ed è sempre più frequente il fenomeno dei working poor. E in questo tempo segnato dalla trasformazione tecnologica e dall’intelligenza artificiale, il rischio, senza una formazione adeguata, è che si allarghino ancora di più le disuguaglianze tra chi ha accesso alle competenze nuove e chi no.
Non basta “collocare” una persona: bisogna ricostruire fiducia, farle riscoprire la possibilità di sognare, rimetterla nelle condizioni di leggere il presente e di immaginare un futuro. In questa prospettiva l’inclusione lavorativa diventa anche costruzione di pace sociale, perché ridurre esclusione e scarto significa ridurre conflitti e fratture nella società.
TAVOLA ROTONDA: Governare l’inclusione lavorativa
Lamberto Bertolè - Assessore al Welfare e alle Politiche sociali del Comune di Milano
il dibattito pubblico spesso descrive Milano soltanto come città attrattiva per capitali e opportunità, ma racconta troppo poco la sua complessità sociale. Milano attrae anche molte persone che cercano una possibilità di vita e di lavoro, comprese persone con background migratorio o in situazioni di fragilità.
Il 29% dei milanesi sono persone che hanno ottenuto la cittadinanza e 20-30/30-40 sono le fasce di età in espansione. Milano mette concretamente a disposizione risorse e strumenti per aiutare le persone che ne fanno richiesta attraverso il Welcome Center (più di 12000 accessi in un anno), i percorsi del CELAV, la coprogettazione con il terzo settore e il lavoro di orientamento diffuso sul territorio.
La necessità sempre più presente è far incontrare bisogni e opportunità e lavorare insieme con il terzo settore è una delle strade più importanti per fare rete.
Francesco Baroni - Gi Group Italia
L’azienda è il soggetto decisivo per trasformare competenze e talenti in lavoro reale. Tuttavia distingue con forza tra occupabilità e occupazione: formare una persona non basta, se poi quella formazione non si traduce in una possibilità concreta di lavoro. Da qui la richiesta di politiche attive serie, stabili e competenti, capaci di sostenere l’accompagnamento necessario per i percorsi più fragili. La precarietà non si affronta solo discutendo di forme contrattuali, ma lavorando sulle competenze, sulla capacità di restare dentro il mercato del lavoro e di costruire continuità professionale.
Enrico Falck - Intervento in chiave imprenditoriale
Falck allarga il concetto di fragilità, sottolineando che non riguarda solo categorie specifiche, ma anche il futuro dei giovani, la difficoltà di entrare nel mondo del lavoro e la perdita di prospettive. Il rischio per il paese è quello di perdere le innumerevoli competenze e l'entusiasmo che le nuove generazioni possono portare nelle aziende italiane.
Includere significa anche restituire qualcosa al territorio e al capitale relazionale dell’impresa. Un’azienda che valorizza persone considerate marginali non compie solo un gesto etico: rafforza la propria tenuta, il proprio radicamento e la propria capacità di resistere nel tempo rendendo reale e concreto il tema della sostenibilità d'impresa.
Alberto Minali - CEO Revo Insurance
In azienda oggi le persone fragili realmente inserite sono poche e in un contesto dove la componente relazionale e umana diventa essenziale spesso i percorsi formativi e di accompagnamento sono insufficienti rendendo l’inclusione molto più difficile.
Le aziende oggi devono essere consapevoli del loro ruolo sociale. Il lavoro non dovrebbe essere visto solo come prestazione, ma come occasione per restituire identità, utilità e riconoscimento.
TAVOLA ROTONDA – Creare valore condiviso attraverso il lavoro
Carlo Vanin - Carel Industries
lla fragilità non va pensata soltanto come qualcosa che arriva dall’esterno dell’azienda, ma è già presenti dentro le organizzazioni, in forme economiche, relazionali, familiari, psicologiche e situazionali. Per questo non andrebbero trattate come eccezioni da gestire ogni volta con un “progettone” speciale, ma come una componente normale del lavoro contemporaneo. Il passo decisivo è riprogettare ruoli, mansioni e responsabilità manageriali in modo che l’azienda non vada in crisi ogni volta che emerge una difficoltà. La fragilità va integrata nel modo stesso in cui si pensa il lavoro.
Luca Pereno - Leroy Merlin Italia / (RI)GENERIAMO
La filantropia episodica, da sola, non genera un impatto duraturo. Non basta “essere buoni”, cioè compiere un gesto positivo una tantum; bisogna creare valore, continuità e vere possibilità di partecipazione. Parlare di diritto alla partecipazione è un passaggio essenziale per superare il concetto di inclusione in senso paternalistico. L’azienda non concede uno spazio dall’alto, ma deve assumere un ruolo sociale nella comunità.
Livio Lamparelli - Technoprobe
Anche in un contesto aziendale molto tecnico e competitivo la chiave è la relazione. Per includere davvero bisogna sospendere i pregiudizi, aprire spazi in cui le persone possano parlarsi e rivedere processi di selezione e inserimento che spesso escludono automaticamente profili considerati “fuori perimetro”. Fondamentale è sempre di più anche il volontariato aziendale e la collaborazione con realtà sociali, nate non come gesto decorativo ma come occasione concreta di contatto umano. Le aziende che investono nel sociale e nell'inclusione reale restituiscono al territorio valore e ne ricevono fiducia e credibilità.
Valeria Bonilauri - ELIS
Il punto di partenza per un reale processo di inclusione è la formazione. Una persona va vista come portatrice di risorse, non soltanto di bisogni. Da qui nasce un’idea di formazione che non si limita a trasmettere tecnica, ma parte dall’ascolto, dal discernimento e dall’aiuto a immaginare il proprio futuro. La domanda più giusta non è solo “che lavoro farai?”, ma anche “chi vuoi essere?”.
Scuola, imprese e famiglie devono agire come un villaggio una comunità educante, perché l’accompagnamento verso il lavoro non può ricadere su un solo attore.
Alberto Ricci - Segretario GMAC
Il metodo GMaC
Accoglienza: ascoltare la persona e capire se esistono le condizioni per avviare un percorso realistico.
Motivazione: cioè il lavoro di ricostruzione della fiducia e della costanza, indispensabile quando una persona ha accumulato delusioni, scoraggiamento o insicurezza.
Preparazione: CV, colloqui, puntualità, comunicazione, definizione di obiettivi credibili e sviluppo delle soft skills.
Accompagnamento e tutoring personalizzato per aiutare la persona a non perdersi tra servizi, opportunità e passaggi burocratici.
Collegamento con la rete: imprese, cooperative, famiglie e soggetti del territorio diventano essenziali per trasformare la preparazione in occasioni reali.
Monitoraggio dell’impatto per seguire i percorsi nel tempo e a capire che cosa succede dopo il colloquio o dopo il primo inserimento.
Per sostenere tutto questo servono volontari con tempo e competenze, risorse economiche, legami con aziende interessate ai profili accompagnati e maggiore visibilità per allargare la rete. È un modello che vive di relazione e di fiducia reciproca: non può funzionare se resta isolato.
